Alzheimer e demenze: Neuroptimal® in supporto del malato e del caregiver

L’Alzheimer è un tipo di demenza che colpisce la memoria, il pensiero e il comportamento i cui sintomi diventano progressivamente così gravi da interferire con le attività quotidiane.

L’Alzheimer è la causa più comune di demenza, un termine generico che viene utilizzato per indicare la perdita di memoria e altre capacità cognitive che possono peggiorare tantissimo la qualità della vita e ridurre tantissimo l’autonomia e l’indipendenza di una persona. Si stima che l’Alzheimer rappresenta tra il 60% e l’80% i casi di demenza; non è una counseguenza del normale processo di invecchiamento, nonostante il più grande fattore di rischio noto sia l’aumento dell’età e la maggior parte delle persone che soffrono di questa malattia  ha dai 65 anni in su.

È una malattia progressiva in cui i sintomi della demenza peggiorano gradualmente nel corso degli anni. Nelle sue fasi iniziali la perdita di memoria è lieve, ma in fase avanzata gli individui perdono la capacità di portare avanti una conversazione e rispondere agli stimoli esterni ed essere quindi incapaci di iniziare, proseguire e portare a termine qualsiasi tipo di azione in maniera autonoma: vestirsi, andare in bagno, mangiare, occuparsi della propria igiene intima, lavarsi ecc.

In media una persona con Alzheimer vive dai 4 agli 8 anni dopo la diagnosi, ma può vivere fino a 20 anni a seconda di vari fattori.

Il sintomo più precoce è la difficoltà di ricordare le informazioni appena apprese, oltre a confusione mentale e perdita di memoria; tutte questi sintomi possono essere il segnale che le cellule del cervello stanno morendo. I cambiamenti dell’Alzheimer iniziano nella parte del cervello che influenza l’apprendimento. Man mano che la malattia avanza nel cervello porta a sintomi sempre più gravi tra cui disorientamento, sbalzi di umore e cambiamenti comportamentali, una forte confusione su eventi, tempi e luoghi, sospetti infondati su familiari, amici od peratori sanitari, perdita di memoria anche grave, aggressività oppure profonda apatia, difficoltà a parlare, deglutire o camminare.  Nelle fasi medie o avanzate il malato inizia a perdere la memoria e a non riconoscere più i propri familiari.

Molto spesso la persona affetta da Alzheimer non si rende conto di avere un problema, che viene però individuato da familiari o amici in quanto testimoni di questi cambiamenti cognitivi e comportamentali.

Gli scienziati affermano che la malattia di Alzheimer possa essere causata dall’accumulo progressivo nel cervello di una sostanza tossica chiamata “betamiloide”, una proteina ha un effetto nocivo sul metabolismo e sulla vita dei neuroni. La betamiloide è possibile vederla obiettivamente nel cervello utilizzando dei microscopi attraverso i quali si possono notari delle “placche o grumi” o dei “gomitoli” che rappresentano appunto l’accumulo di tale sostanza che causa la morte progressiva dei neuroni.

Una delle acquisizioni più importanti che abbiamo a livello scientifico è che l’amiloide inizia ad accumularsi non in età avanzata, bensì già dalla mezza età, intorno ai 40/50 anni. Col passare del tempo, in alcune persone, l’accumulo di questa sostanza tossica supera una certa soglia e la persona inizia ad accusare i primi sintomi che la portano poi alla diagnosi di Alzheimer.

Non tutti i cervelli accumulano betamiloide. Ci sono dei casi molto fortunati in cui l’accumulo è nullo oppure estremamente lento che la persona non svilupperebbe la malattia di alzheimer nemmeno se campasse 120 anni.

Non tutta la comunità scientifica è d’accordo a riguardo. Alcuni scienziati affermano che l’accumulo di questa proteina sia l’effetto della malattia e non la causa.

È evidente che la qualità della vita del malato di Alzheimer diminuisce proporzionalmente all’aggravarsi dei sintomi e coinvolge anche chi si prende cura di lui, normalmente un familiare di primo grado: spesso è il coniuge, ma anche uno o più figli, il fratello o la sorella…. Queste persone vengono definite “caregiver” dall’inglese “care” che significa cura e “giver” che significa colui che da”.

Il caregiver può essere anche esterno alla famiglia come per esempio un badante.

Normalmente il caregiver familiare si occupa del malato dalla mattina alla sera ed è spesso sottoposto a forte stress. Il caregiver nel suo compito può incontrare problemi che intaccano:

  • la dimensione personale;
  • la dimensione relazionale:
  • la dimensione spirituale.

Per quanto riguarda la dimensione personale il caregiver può andare incontro ad un esaurimento emotivo: in questo caso sperimenta la sensazione di aver oltrepassato i propri limiti sia fisici che emotivi. Si sente incapace di recuperare ed è ormai privo dell’energia per affrontare nuovi progetti o persone. Inoltre le energie impiegate nella cura della persona malata possono intaccare le relazioni del caregiver che non ha più la voglia di coltivare le amicizie e ricavarsi del tempo per sè.

A livello spirituale il caregiver può trovare difficoltà nel dare un senso esistenziale e umano all’esperienza che sta vivendo.

Il Neurofeedback Dinamico Neuroptimal® si è dimostrato essere un ottimo intervento per aiutare sia i malati di Alzheimer che i Caregiver che li assistono.

Una ricerca promossa dalla dott.ssa francese Nathalie Gunther, psicologa clinica e supervisionata dal dott. Thierry Hergueta, psicologo e psicoterapeuta, ha dato importanti e significativi risultati.

Dopo un ciclo di sessioni di Neurofeedback Dinamico i clienti con Alzheimer sono migliorati dal punto di vista comportamentale (meno aggressività, più collaborazione), emotivo (meno ansia, apatia o irritabilità), fisiologico (miglior qualità del sonno).  In sostanza, pur non potendo intervenire direttamente sulla malattia, il Neurofeedback Dinamico è risultato marcatamente efficace nel migliorare la qualità della vita dei soggetti con Alzheimer. Per quanto riguarda i loro careviger, Neuroptimal® ha evidenziato notevoli potenzialità per rendere queste persone più resilienti, alleggerirli dal peso dell’accudimento diminuendone lo stato ansiogeno e stressogeno.

Se volete vedere le slide e i dettagli di tare ricerca cliccate qui.

N.B.: Neuroptimal® non è un dispositivo medico e non necessita di diagnosi e protocolli. Può essere utilizzato da counselor e psicologi-psicoterapeuti e non necessita di titoli o competenze mediche.  È uno strumento che ha come obiettivo migliorare la plasticità del cervello attraverso un allenamento che lo stimola ad attivare un processo del tutto naturale di autoregolazione.

Il suo utilizzo ha come scopo quello di migliorare il benessere dei clienti ottimizzandone la plasticità neuronale; non si vuole sostituire al lavoro di medici e psicoterapeuti poichè non tratta e non si pone come obiettivo la risoluzione di patologie e sintomi di stretta pertinenza medico-sanitaria.

Il Cambiamento

Il cambiamento è una costante della realtà a cui non è possibile sottrarsi. È sufficiente osservare la natura o le persone per rendersi conto di tutte le continue trasformazioni a cui sono soggette. La consapevolezza del cambiamento è più evidente quando noi ne facciamo esperienza diretta. Ma in definitiva come possiamo definire il cambiamento o meglio cosa può costituire:

  • una necessità: la crisalide che diventa farfalla per nor morire;
  • un adattamento: ad esempio quando due genitori cambiano le loro priorità individuali e di coppia per amore dei figli;
  • un’opportunità; quando una persona vuole rimettersi in gioco perchè stanca della situazione che sta vivendo.

Il cambiamento può essere visto anche come “il caos creativo della vita” oppure “la consapevolezza del rinnovarsi del tempo e della vita”. Lo viviamo tutti, nelle forme più svariate, nella soggettività delle percezioni, attraverso un’ampia gamma di sfumature emotive, elaborando profonde riflessioni o rimanendo sulla superficie del significato con le parole di tutti i giorni.

La ruota della nostra storia ha sempre girato intorno a due assi incrociati: la paura del nuovo ed il coraggio di cambiare.

Il cambiamento può mettere in crisi una persona. La parola crisi viene dal greco “krisis” e significa “trasformazione”, ma anche “separazione, scelta, giudizio”. Quando ad esempio una persona scompare viviamo questo cambiamento come una separazione che ci genera un dolore fortissimo; anche ogni decisione che prendiamo comporta la scelta di una direzione da prendere che ci costringe a cambiare schemi, comportamenti, riferimenti conosciuti per svilupparne altri del tutto nuovi: “tutto cambia, nulla è per sempre”.

Il cambiamento può essere scelto o subito, imposto o promosso, aspettato oppure inaspettato….

A volte rappresenta una scelta per cambiare qualcosa che non ci piace o non ci soddisfa: vogliamo dimagrire e quindi decidiamo di “metterci in dieta”, non siamo soddisfatti a livello professionale e cerchiamo un nuovo lavoro ecc ecc..

Possiamo, in sintesi, indicare il cambiamento come:

  • la natura stessa della vita, la sua caratteristica più distintiva;
  • un evento oppure una situazione che ci colpisce come un qualcosa di nuovo o di diverso che, dal nostro punto di vista, prima non esisteva o non era conosciuto;
  • un comportamento intenzionale od una strategia che mettiamo in atto per raggiungere uno “stato desiderato” a livello personale, professionale o esistenziale;
  • una dimensione sociologica che riguarda “il progresso” delle comunità umane e quindi degli individui che ne fanno parte.

Ognuno di noi è chiamato ad essere il timoniere che governa il veliero della propria vita, in un oceano di cambiamenti e trasformazioni. Per governare i cambiamenti in modo soddisfacente, così come del resto per vivere, sono necessarie le passioni, come ad esempio quelle che viviamo nella vita personale, affettiva e lavorativa: sono i venti che ci condurranno nel tranquillo porto della saggezza. Occorre quindi avere chiara la “rotta da seguire” : uno stile di vita intelligente, essere pronti e bravi a recuperare le “derive” che metaforicamente rappresentano i momenti di crisi, evitando in questo modo pericolosi “naufragi” come ad esempio malesseri o patologie o ritrovarsi “in secca” in fasi di stallo prolungato.

Sviluppare la capacità di governare i cambiamenti significa, da un lato,  saper riconoscere le cosiddette “invarianze”, dall’altro, bisogna saper riconoscere cosa è soggetto a cambiamento e viverlo in maniera attiva e consapevole: bisogna nuotare nella corrente della vita, cercando a volte anche degli appigli per riposarsi e non farsi trascinare o sballottare dai flutti.

L’immagine di un mondo che fugge risucchiando vorticosamente dietro di sè le vite delle persone e delle nazioni, di tutto il mondo, rappresenta una tipica icona dell’era contemporanea. Nuovi rischi e nuove incertezze si alternano o si sovrappongono a nuove opportunità e nuove scoperte, nessuno può “far finta di nulla” o ritenersi escluso dalla globalizzazione.

È necessario configurare un sistema di ancoraggio interno per essere pienamente “centrati in sé stessi durante la gestione di momenti critici e cambiamenti potenzialmente destabilizzanti, come ad esempio un mancato raggiungimento di un obiettivo personale, un fallimento in un rapporto affettivo o la perdita di un lavoro. Essere centrati in sé stessi in termini di autostima, calma e lucidità di pensiero. Le persone che nel tempo diventano abili nell’applicare la tecnica dell’ancoraggio in sé stessi, nelle situazioni di criticità, sviluppano tutto il loro potenziale nell’affrontare e risolvere problemi, nel rafforzare l’autostima e nel rendere il proprio equilibrio interiore refrattario alla negatività emanata da certe persone o insita in alcune circostanze indesiderate. Senza la capacità di ancorarsi in sé stesse, le persone si ritrovano in balia degli eventi o “vanno avanti” per inerzia.

Le persone equilibrate, nel corso della loro vita assecondano o guidano i cambiamenti cercando di trarre opportunità di crescita e di miglioramento, assumendosi in prima persona la “responsabilità” del governo degli eventi.

Tali significati sono alla base, ad esempio, del concetto anglosassone di “Empowerment” che possiamo tradurre con le parole “Conferire potere, dare potere”….  Le persone “empowered” sanno come comportarsi, come agire, come intervenire. Chi riesce a governare in modo intelligente le evoluzioni personali e lo scenario nel quale si trova a vivere, senza ritrovarsi in balia delle circostanze, ha sicuramente una marcia in più ed in qualche caso anche la trazione integrale rispetto a quelle persone che passano la vita a “grattare” con la vana speranza di vincere qualcosa.

Ognuno di noi affronta bene o male le sue piccole o grandi difficoltà della vita, ma quello che oggi possiamo osservare è il fatto che sempre più persone reagiscono patologicamente ai cambiamenti “imposti” della vita.

Infatti possiamo identificare “persone equilibrate“, cioè individui che assecondano e governano i cambiamenti cercando di trarre opportunità di crescita e “persone patologiche” che reagiscono, apputno, in maniera patologica ai cambiamenti.

Per la maggior parte delle persone, nella realtà, non è mai facile affrontare un cambiamento, soprattutto quando è imposto o imprevisto. Il “segreto” sta comunque nel viverlo nel modo più costruttivo e impositivo possibile, traendo spunti per il futuro.

La strategia consigliata è di lavorare su sé stessi attraverso il porsi alcune domande riflessive e stabilire piani d’azione utilizzando le risposte che ognuno si è dato o ha ricevuto come indicazione da qualcun altro:

  • “Cosa sta cercando di accadere?”
  • “Se nulla avviene per caso, questo evento o “coincidenza non casuale” cosa può suggerire alla mia vita?”
  • “Quali vantaggi posso trarre da questa nuova situazione?”
  • “Con chi posso confrontarmi per ragionare costruttivamente sul cambiamento in atto”?
  • “Quali altri significati di vita posso attribuire a questo cambiamento?”
  • “Perchè non considerare la situazione come un’occasione per mettere alla prova le mie capacità?

L’alternativa a questo fondamentale atteggiamento introspettivo/progettuale è subire passivamente il cambiamento e quindi rimanere travolti o paralizzati dagli eventi.

Nello stesso tempo, non bisogna rimanere vittime dell’arroganza che nasce dall’aver affrontato con successo un cambiamento, nè cadere nella presunzione di ritenersi immuni da “difetti”.

 

Il counseling e la gestione dei cambiamenti

Il counseling è un percorso molto utile per aiutare le persone a gestire i cambiamenti. Attraverso i colloqui di counseling ti posso aiutare ad affrontare i vari cambiamenti della vita. Come ho già accennato precedentemente il cambiamento può essere subito ed inaspettato come ad esempio un licenziamento oppure essere lasciati dal proprio partner. Entrambi gli esempi che ho citato possono essere fonti di stress, sofferenza, preoccupazioni che possono creare un forte disagio.
Il mio compito è quello di ascoltarti con profonda empatia, aiutarti ad esprimere le tue emozioni soprattutto nella prima fase. Successivamente cercherò insieme a te di identificare, riattivare ed utilizzare le tue risorse per migliorare le tue capacità di adattamento. La capacità di adattarsi alle situazioni è una caratteristica di tutti gli esseri viventi: il mio lavoro ti aiuterà a trovare le migliori strategie mentali e comportamentali per fronteggiare in modo adeguato situazioni stressanti come possono essere quelle conseguenti a un cambiamento.

A volte il cambiamento può essere una scelta, come ad esempio migliorare il proprio stile di vita smettendo di fumare o decidendo di perdere peso. In questo secondo caso sarà per me importante identificare la qualità della tua motivazione a cambiare: si stratta di velleità o di volontà?

La velleità è la fase iniziale del processo di cambiamento in cui si ha preso consapevolezza di un problema ma non si ha ancora deciso di intraprendere azioni per risolverlo (vorrei, mi piacerebbe…). La volontà rappresenta la fase del processo io cui si è decisi a cambiare nell’immediato (voglio cambiare…). Evidentemente nella “volontà” c’è una motivazione superiore rispetto alla “velleità”. Insieme cercheremo di capire quali possono essere le resistenze e le riluttanze al cambiamento per poi trovare soluzioni e strategie per superarle.

Effetti del Neuroptimal® Dynamical Neurofeedback su ansia e depressione

La Dottoressa Linda Beckett Md e il Dr. Janet McCulloch Md, fondatori dell’ Istituto di Psicoterapia e Neurofeedback a Kingston, Ontario (Canada), hanno condotto nel 2010 una ricerca per verificare gli effetti delle sessioni di Neurofeeddback Dinamico sui sintomi di ansia e depressione.

L’ansia è uno stato psichico di un individuo, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di intensa preoccupazione o paura, relativa a uno stimolo ambientale specifico, associato a una mancata risposta di adattamento da parte dell’organismo in una determinata situazione che si esprime sotto forma di stress per l’individuo stesso. La sua forma patologica costituisce i disturbi d’ansia. L’ansia è una complessa combinazione di emozioni che includono paura, apprensione e preoccupazione, ed è spesso accompagnata da sensazioni fisiche come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, mal di pancia, dolori intestinali. Può esistere come disturbo cerebrale primario oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici. I segni somatici sono dunque un’iperattività del sistema  nervoso autonomo e in generale della classica risposta del sistema simpatico di tipo “combatti o fuggi“.

Si distingue dalla paura vera e propria per il fatto di essere aspecifica, vaga o derivata da un conflitto interiore. L’ansia sembra avere varie componenti di cui una cognitiva, una somatica, una emotiva, una comportamentale. La componente cognitiva comporta aspettative di un pericolo diffuso e incerto. Dal punto di vista somatico (o fisiologico), il corpo prepara l’organismo ad affrontare la minaccia (una reazione d’emergenza): la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumenta, il flusso sanguigno verso i più importanti gruppi muscolari aumentano, la sudorazione aumenta, il flusso sanguigno e  quelle digestivo diminuiscono. Esternamente i segni somatici dell’ansia possono includere pallore della pelle, sudore, tremore e dilatazione pupillare.

Dal puto di vista emotivo, l’ansia causa un senso di terrore o panico, nausea e brividi. Dal punto di vista comportamentale, si possono presentare sia comportamenti volontari sia involontari, diretti alla fuga o all’evitare la fonte dell’ansia.  Questi comportamenti sono sono frequenti e spesso non-adattivi, dal momento che sono i più estremi nei disturbi d’ansia. In ogni caso l’ansia non sempre è patologica o non-adattiva: è un’emozione comune come la paura, la rabbia, la tristezza e la felicità, ed è una funzione importante in relazione alla sopravvivenza. (Fonte: Wikipedia)

La depressione è una patologia psichiatrica piuttosto diffusa che può interessare tanto gli adulti, i giovani e gli anziani, quanto i bambini.

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la malattia depressiva non interessa solamente la sfera emotiva e l’umore del paziente, ma interessa anche il corpo, influenzando comportamenti e manifestandosi anche con sintomi fisici.

La depressione può manifestarsi sia in pazienti di sesso maschile che in pazienti di sesso femminile, tuttavia, si stima che la malattia tenda a colpire maggiormente quest’ultima categoria.

I criteri per la diagnosi di depressione sono elencati d DSM-IV (Manuale diagnostico-statistico delle patologie psichiatriche)

Occorre che 5 o più dei seguenti sintomi siano stati contemporaneamente presenti durante un periodo di 2 settimane e rappresentino un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento; almeno uno dei sintomi dev’essere costituito da umore depresso o perdita di interesse o piacere.

Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto o come osservato da altri.

  1. Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
  2. Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
  3. Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
  4. Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
  5. Affaticamento o mancanza di energia quasi ogni giorno.
  6. Sentimenti di autosvalutazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa quasi ogni giorno.
  7. Diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi, o difficoltà a prendere decisioni, quasi ogni giorno.
  8. Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, oppure un tentativo di suicidio o l’elaborazione di un piano specifico per commettere suicidio.

Occorre inoltre che:

  • I sintomi causino disagio clinicamente significativo o un’alterazione del funzionamento sociale, lavorativo, o di altre importanti aree.
  • I sintomi non siano dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o a una condizione medica generale.
  • I sintomi non siano meglio giustificati da lutto, cioè dopo la perdita di una persona cara i sintomi persistono per più di due mesi o sono caratterizzati da una compromissione funzionale marcata, autosvalutazione patologica, ideazione suicidaria, sintomi psicotici o rallentamento psicomotorio.

(Fonte: www.fondazioneveronesi.it)

A seconda di vari fattori esistono vari tipi di depressione: maggiore, reattiva, endogena, infantile, adolescenziale, senile, post-partum, bipolare ecc ecc.

Attraverso le sessioni di Neuroptimal® i ricercatori  (Dottoressa Linda Beckett Md e il Dr. Janet McCulloch Md) coinvolti hanno potuto riscontrare una significativa riduzione dei sintomi sia dell’ansia che della depressione. Per visionare o scaricare i risultati di tale ricerca clicca QUI.  È importante, per quanto mi riguarda, ricordare che Neuroptimal® non è un dispositivo medico e che non necessita di diagnosi e protocolli. Può essere utilizzato da counselor e psicologi-psicoterapeuti e non necessita di titoli o competenze mediche.
È uno strumento che ha come obiettivo migliorare la plasticità del cervello attraverso un allenamento che lo stimola ad attivare un processo del tutto naturale di autoregolazione.

La Food & Drug Administration ha inserito il Neurofeedback Dinamico come prodotto di “General Welness” cioè benessere generale. Infatti il suo utilizzo ha come scopo quello di migliorare il benessere dei clienti ottimizzandone la plasticità neuronale; non si vuole sostituire al lavoro di medici e psicoterapeuti poichè non tratta e non si pone come obiettivo la risoluzione di patologie e sintomi di stretta pertinenza medico-sanitaria.

La Solitudine

La solitudine può essere considerata una sensazione naturale che arriva quando il rapporto con l’altro non soddisfa o non rispecchia le nostre esigenze. È anche un elemento antropologico costitutivo dell’essere umano: l’uomo nasce solo e muore solo.

La motivazione che spinge molte persone ad iniziare un percorso di counseling è molto spesso la solitudine; c’è infatti la tendenza all’incapacità di sopportarla e quindi ad  attuare vari tentativi per sfuggirne attraverso comportamenti indadeguati, a volte distruttivi come per esempio: buttarsi sul cibo, essere iperattivi, cercare scappatoie su internet, assumere alcool oppure droghe, ricercare compagnia in modo morboso.

La solitudine crea sofferenza, ma se si riesce a “sfruttarla in modo positivo” ci porta a prendere coscienza del problema, adattare strategie per farvi fronte, comportarci in modo diverso, ma soprattutto a:

  • gestire meglio le nostre emozioni;
  • costruire relazioni più sane.

In poche parole ci aiuta a evolvere.

L’essere umano è fondamentalmente un “essere sociale” e quindi è portato e predisposto alla relazione. Ma la relazione implica anche la solitudine: chi sa stare da solo sa anche relazionarsi all’altro in modo sano: se io non temo di scendere nella mia propria interiorità posso affrontare l’incontro con l’altro. È necessario quindi imparare a sentirsi bene in compagnia di noi stessi in quanto, se ciò non avviene:

  • ci si avvicina agli altri in modo inappropriato;
  • si usano gli altri per soddisfare i propri bisogni;
  • non è uno “stare insieme creativo”.

La solitudine è anche un profondo incontro con sé stessi, ci pone davanti ai quesiti fondamentali dell’esistenza:

  • Qual è il senso della vita?
  • Chi siamo?
  • Cosa pensiamo e vogliamo fare di noi stessi?
  • Quale posto occupiamo nel mondo?
  • Che rapporti abbiamo con gli altri?

La risposta a questi quesiti favorisce la scoperta di sé e l’accettazione dei propri limiti.

In ogni caso la solitudine è un’esperienza condivisa da tutti di cui facciamo esperienza già al momento della nascita quando veniamo separati da nostra madre perdendo uno stato particolare in cui eravamo.

È inscritta nella logica dell’esistenza umana e compare in tutte le stagioni della vita, possiamo infatti osservare la solitudine nel bambino, nell’adolescente, nell’adulto e nell’anziano.

La solitudine che sperimenta il bambino è spesso una solitudine emotiva che deriva dal mancato soddisfacimento dei bisogni primari: essere contenuto, sostenuto e ascoltato. Nell’adolescente è causata spesso dall’uso maniacale di internet e della tecnologia che crea un allontamento dei ragazzi dalla società. Negli adulti arriva nei momenti di passaggio verso la mezza età o nell’età anziana, ma in modo più acuto si può sperimentare quando ad esempio i figli se ne vanno, si resta vedovi, si divorzia o si va in pensione. La solitudine degli anziani è caratterizzata da elementi oggettivi come la perdita di persone care, malattie o ricoveri in Rsa.

La solitudine può essere vissuta in modo positivo o negativo.

Il primo caso (solitudine positiva) si verifica quando riusciamo a essere o stare soli senza sentirci isolati o vuoti e rappresenta un modo costruttivo di essere impegnati con sé stessi. È una situazione desiderabile in cui ci offriamo una meravigliosa e sufficiente compagnia, in cui possiamo pregare, attuare una ricerca interiore, contemplare la natura, essere creativi. Vissuta in questo modo la solitudine può essere vista come una benedizione che ci dona pace, ricchezza interiore, esperienza mistica e gioia.

Nel secondo caso (solitudine negativa) rappresenta una stato emotivo in cui la persona fa esperienza di un sentimento più o meno intenso di:

  • isolamento
  • vuoto.

Le persone si sentono tagliate fuori, disconnesse e alienate dagli altri. Vi è una grossa difficoltà nell’avere un contatto con gli altri. La solitudine negativa è principalmente causata da:

  • esperienze negative relative alla prima volta in cui siamo stati lasciati soli da bambini;
  • attaccamento insicuro;
  • bassa autostima;
  • legami familiari.

La solitudine può essere imposta o scelta. Se imposta è facile che possiamo percepire sofferenza, impotenza, ingiustizia, incomprensione. Se scelta possiamo sperimentare conforto, energia, forza, pace interiore: chiaramente è meglio scegliere i propri momenti di solitudine che subirli.

Ma fondamentalmente da dove nasce il senso di solitudine? E perchè la solitudine turba così tanto?

Le risposte alla prima domanda sono principalmente tre:

  1. Una paura ancestrale. La solitudine rimanda al regno animale nel quale vivere da soli è pericoloso per la sopravvivenza. Da soli si è più vulnerabili.
  2. Un bisogno di interazione sociale. L’essere umano è un animale sociale per natura che ha bisogno di interagire con gli altri per evolversi e costruirsi.
  3. Una coscienza di essere. Gli essere umani sanno di essere mortali e quindi hanno bisogno di dare un senso alla vita.

Le risposte alla seconda domanda sono molto più complesse.

La solitudine fa riaffiorare ricordi dolorosi e situazioni tristi che abbiamo vissuto da bambini, ma siamo sempre stati impegnati in attività permanenti che non ci hanno per messo di imparare a gestirla e quindi da adulti la sfuggiamo in qualsiasi modo.

L’inattività è sempre stata combattuta e siamo sempre stati inseriti in programmi fitti di impegni. Le conseguenze di questi atteggiamenti hanno fatto si che:

  • non ci siamo abituati a capire ciò che si sente, si prova e vive dentro di sé;
  • i bambini non capiscono e non sanno dare un nome alle loro emozioni;
  • i bambini non sanno esprimere i loro bisogni e i loro stati d’animo.

Da adulti come facciamo a confrontarci con la solitudine se non l’abbiamo sperimentata prima?

Non è la solitudine a costituire un problema, ma la nostra tolleranza, la nostra sensibilità a questo tipo di situazione. Quindi cosa fare per gestire meglio la solitudine?

Come posso aiutarti attraverso i colloqui di counseling a farti carico della solitudine?
Ecco alcuni passaggi che posso applicare:

  • definire insieme a te e con precisione le condizioni o le situazioni che scatenano le emozioni negative per poter prevenire ed evitare situazioni troppo stressanti;
  • aiutarti a sviluppare una maggior consapevolezza di te stesso, dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri;
  • migliorare le tue competenze sociali (social skills);
  • favorire l’azione, il sapersi organizzare, per non restare inattivo e passivo;
  • favorire l’accettazione di te stesso e aiutarti ad amarti così come sei;
  • favorire la fiducia in te stesso e sviluppare un senso di competenza e perseveranza.

Per prima cosa ti posso aiutare ad individuare la situazione problematica. Le persone che soffrono di solitudine percepiscono una forte angoscia e sono preda di pensieri automatici negativi non appena si ritrovano da sole. Per loro la solitudine significa abbandono, noia, vuoto, inutilità e disperazione. Ti aiuterò a prendere coscienza del tuo stato emotivo, ad individuare i pensieri automatici negativi e a criticarli. Oltre a trovare pensieri alternativi nuovi, più obiettivi e più giusti. Finchè la tolleranza alla solitudine resta intensa può essere utile accettare la situazione e organizzarti in modo differente per limitare tale circostanza.

Posso aiutarti ad usare la tua creatività per gestire al meglio questa situazione. Possiamo fissare degli obiettivi insieme, fare progetti alla tua portata come ad esempio organizzare il tempo libero e non farti più prendere alla sprovvista. Oppure costruire insieme una “carta della sopravvivenza” che possa essere utilizzata nei momenti in cui l’ansia e il panico generati dalla solitudine prendono il sopravvento.

Un punto su cui si può lavorare sono anche le emozioni che si provano nei momenti di solitudine. Rispetto alle emozioni sarà determinante  diventarne consapevoli, dare loro un nome, accettarle, integrarle, esprimerle e utilizzarle.

Come già detto in precedenza il counseling può esserti utile per migliorare le tue abilità sociali con l’obiettivo di ampliare il tuo contesto di relazioni. La solitudine insorge quando la rete sociale di una persona risulta carente dal punto di vista qualitativo o quantitativo, motivo per cui abbiamo tutto l’interesse a costruire rapporti interpersonali gratificanti.

Pertanto potremmo insieme redigere un piano d’azione con l’obiettivo di ottenere relazioni durature e gratificanti.

Se in questo periodo della tua vita il tuo problema principale è la solitudine non esitare a contattarmi: insieme riuciremo a trovare il modo di gestirla e di sfruttarla in modo positivo!!

ADHD E NEUROPTIMAL®: risultati positivi dalla Florida

ADHD è una sigla, o meglio è l’acronimo inglese , che sta per: “Attention Deficit Hyperactivity Disorder”, cioè “Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività“.

In ambito clinico l’ADHD è classificato come un disturbo del neurosviluppo che si manifesta nelle sue tre componenti:

  • disattenzione;
  • iperattività;
  • impulsività.

Per quanto riguarda la disattenzione la difficoltà del bambino è quella di inibire tutti quegli stimoli irrilevanti per i compito e a mantenere l’attenzione per un lasso di tempo sufficiente per terminare l’attività in cui è coinvolto sia esso un compito scolastico oppure un’attività sportiva.

Il secondo sintomo è l‘iperattività che non è solo motoria come per esempio continuare ad alzarsi dal banco di scuola oppure a casa non riuscire a guardare interamente un film senza alzarsi continuamente dal divano, ma è anche verbale rappresentata dalla tendenza a parlare troppo, a non rispettare le regole conversazionali interrompendo gli altri quando parlano oppure a soprapporsi ad essi oppure a non rispettare l’argomento della discussione.

Il terzo sintomo è l‘impulsività che è un pattern di risposta eccessivamente rapido agli stimoli ambientali nel senso che il bambino ad esempio tende a rispondere all’insegnante ancor prima che finisca una domanda con il rischio ovviamente di sbagliare.

A volte può accadere che non tutti e tre i sintomi siano presenti in egual misura: ci possiamo ad esempio trovare di fronte ad un bambino che non presenta iperattività motoria, ma è in grande difficoltà se deve mantenere l’attenzione per poter ascoltare un insegnante o terminare un compitvo.

Il disturbo ADHD diventa evidente nel corso della scuola primaria, soprattutto quanto aumentano le richieste di autoregolazione e autocontrollo e di mantenimento dello sforzo da parte della scuola.

Alcuni segnali di disregolazione comportamentale e di disregolazione attentiva possono emergere già durante la scuola dell’infanzia che dovremmo essere in grado di rilevare per approntare gli adattamenti educativi necessari.

È un disturbo che va a colpire non solo gli apprendimenti del bambino, ma anche il suo adattamento sociale, nel senso che il bambino con ADHD ha difficoltà a stare dentro i suoi spazi, ha difficoltà a rispettare le regole del gioco, ha difficoltà a rispettare le regole conversazionali ecc….

Quando parliamo di ADHD parliamo quindi di un modo in cui il cervello è strutturato, ma soprattutto di come il cervello funziona che viene definito “divergente” e che coinvolge più modalità:

  • di apprendimento;
  • di autoregolazione;
  • di memorizzazione delle informazioni;
  • di percezione degli stimoli e del mondo in generale;
  • di sperimentazione e manifestazione delle proprie emozioni;
  • di relazionarsi con se stessi e con gli altri.

Spesso i bambini con ADHD presentano altri disturbi che rendono difficoltoso il loro percorso scolastico. Tra i disturbi che si associano all’ADHD abbiamo i disturbi dell’apprendimento (dislessia, disgrafia e discalculia). In alcuni casi siamo di fronte a una vera e propria comorbilità, in altri di tratta solo del disturbo ADHD che causa delle manifestazioni simili ai bambini che hanno disturbi dell’apprendimento.

Oltre ai disturbi dell’apprendimento spesso si associano all’ADHD anche i disturbi del comportamento come ad esempio il disturbo oppositivo-provocatorio o il disturbo della condotta.

Questo è un evento abbastanza frequente soprattutto quando nel corso dei primi anni di scuola il disturbo da ADHD non è stato diagnosticato oppure non è stato gestito in maniera efficace da un punto di vista educativo.

Anche disturbi di ansia o disturbi dell’umore possono agire in comorbilità all’ADHD. È chiaro che in tutte queste situazioni l’intervento educativo divente molto più complesso. Diventà molto più complicato anche un intervento riabilitativo e terapeutico. Questo è uno dei motivi per i quali non dovremmo mai attendere troppo ad aiutare ad arrivare ad una diagnosi per poi intervenire in maniera adeguata.

Anzi, un intervento educativo precoce spesso aiuta i bambini con ADHD ad evitare l’insorgenza di altri disturbi che rendono poi molto più complesso il quadro.

Ma soprattutto individuare e trattare precocemente l’ADHD permette di evitare che negli anni a venire il bambino diventato adolescente posso adottare comportamenti pericolosi come l’uso di sostanze stupefacenti, le sfide in motocicletta, le corse in auto, il gioco d’azzardo ecc ecc.

Insomma curarli e curarli in tempo diventa fondamentale.

Normalmente un segnale a cui i genitori e gli insegnanti devono fare riferimento è se il bambino evidenzia i sintomi ADHD non solo a casa, ma anche negli altri contesti sociali come per esempio la scuola o nei contesti sportivi o di relazione con amici. Se i sintomi emergono solo tra le mura domestiche allora i genitori devono interrogarsi se le loro modalità educative sono adeguate.

Per quanto riguarda le modalità di cura a volte il trattamento farmacologico diventa fondamentale.

Generalmente, seguendo le linee guida inglesi ed europee, sotto l’età scolastica cioè sotto i sei anni non si da mai il farmaco, ma si fa un intervento di “parent training” e di “teacher training”, cioè si aiutano i genitori e gli insegnanti a gestire il comportamento del bambino. Con l’ingresso a scuola, se è una forma lieve, cioè in qualche modo contenibile non si da il farmaco e si inizia con il “parent training” e il “teacher training” e con una terapia cognitivo-comportamentale. Nelle forme più gravi dove si è di fronte a un forte isolamento, a una forte difficoltà di apprendimento e quindi le relazioni sono fortemente compromesse si prescrive anche il farmaco. In Italia il trattamento è sempre combinato: farmaco e psicoterapia.

Per quanto riguarda l’utilizzo del Dynamical Neurofeedback® Neuroptimal® uno studio che ha dato risultati molto buoni è stato presentato alla conferenza mondiale Zengar tenuta a Montreal nel 2018 da Gulnora Hundley, PhD, LMHC, LMFT & Caitlyn Bennett, PhD, LMHC con la collaborazione dell’ Università della Florida.

I risultati del suddetto studio hanno evidenziato che le sessioni di Neurofeedback Dinamico hanno:

  • migliorato notevolmente le capacità attentive dei bambini;
  • diminuito l’iperattività;
  • diminuti i liveli di ansia e depressione quando presenti;
  • migliorato la sensazione di autoefficacia nell’eseguie i compiti.

Ps: nessun miglioramento è stato per ora osservato nel mitigare l’impulsività.

Per scaricare i risultati e tutte le slide della ricerca in oggetto clicca quhttps://neuroptimal.com/research/#1468952261836-538bbafc-55edi.

Posso affermare che anche nel mio studio ho potuto osservare questi effetti positivi, soprattutto se accettano di fare le sessioni anche almeno uno dei genitori. Dalle mie osservazioni e dialoghi ho sempre constatato che spesso i genitori soffrono di problemi di ansia o altro tipo e che il training con Neuroptimal® permette loro di ottenere un’autoregolazione del loro Sistema Nervoso Centrale che poi ha effetti benefici nelle dinamiche familiari.